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Allora, cari
amici, la lezione di oggi riguarda il plurale delle parole.
A differenza delle doppie, che hanno pochissime regole, per il
plurale delle parole ve ne sono tantissime.
Ora, poiché mi rendo conto di avere a che fare con menti
ormai grammaticalmente "strutturate", cercherò di
ridurre queste regole all'indispensabile.
Mi sono accorta, infatti, che nonostante le mie lezioni sugli
apostrofi e gli accenti, alcuni di voi continuano a fare
errori del tipo: sò, qual'è, etc.
Questo perché per molto tempo hanno scritto così e ora
difficilmente riescono a cambiare il loro modo di scrivere.
Qualcuno ha addirittura il rifiuto psicologico, cioè trova
assai strano che si debba scrivere in un certo modo anziché
in un altro, come vuole la grammatica stessa.
E' il caso, per esempio, del pronome "quale", che,
come detto nella prima lezione, davanti alla vocale
"e", non si apostrofa, perchè non vi è elisione,
ma semplice troncamento.
Allora questo "qualcuno" aggira la sua idiosincrasia
verso la forma senza apostrofo scrivendolo intero:es. quale è,
forma consentita dalla grammatica, ma piuttosto cacofonica
(dal suono sgradevole).
Allora, per il plurale dei nomi, escludendo le forme regolari
dei nomi maschili in -o e dei nomi femminili in -a, i cui
plurali fanno rispettivamente in -i ed -e,
andiamo a considerare tutti gli altri casi, che sono davvero
tanti.
I nomi di cose uscenti in -co e -go, fanno il plurale
rispettivamente in - chi e -ghi: parco-parchi; fungo-funghi.
I nomi di persone con la stessa uscita si comportano nel
seguente modo:i nomi piani( accento sulla penultima sillaba)
mutano -co e -go in -chi e -ghi: cuoco-cuochi; mago-maghi.
I nomi sdruccioli e bisdruccioli (accento sulla terz'ultima e
quart'ultima sillaba) al plurale fanno -ci e -gi:
medico-medici; teologo-teologi; psicologo-psicologi.
Per il nome "chirurgo" sono previste entrambe le
forme, ma la più usata è "chirurghi".
Spesso si è assaliti da dubbi atroci riguardanti il plurale
dei nomi uscenti in -cia e -gia: camicia, ciliegia, provincia.
Per questi nomi ci si chiede spesso se debbano o no conservare
la "i" al plurale.
Premesso che molti di questi nomi hanno tutte due le forme,
cioè, al plurale, si dicono "ciliegie" e
"ciliege"; "provincie" e
"province", tuttavia, per non sbagliare, conviene
comportarsi nel seguente modo: se prima di -cia e -gia abbiamo
una vocale, manteniamo la "i"; se invece prima di
-cia e -gia abbiamo una consonante elimineremo la
"i": camicia-camicie; provincia-province.
Per i nomi uscenti in -scia, il plurale sarà in -sce:
coscia-cosce. Se però la "i" è tonica, cioè vi
cade l'accento, al plurale manterremo la "i":
scia-scie.
I nomi con desinenza -e fanno il plurale in -i: voce-voci;
volpe-volpi.
I nomi uscenti in -ie restano inalterati: la serie-le serie;
la barbarie-le barbarie;la specie-le specie.
Fanno eccezione moglie e superficie; infatti, al plurale,
scriveremo mogli e superfici.
Poi vi sono i nomi difettivi, cioè quei nomi che non hanno il
plurale o il singolare. Sono difettivi del plurale i nomi:
sangue; latte; miele; fame; grandine.
Mancano invece del singolare i seguenti nomi: redini; nozze;
stoviglie; viveri; manette.
Si dicono infine sovrabbondanti quei nomi che hanno due forme
per il plurale: labbro-labbri e labbra (più usata).
Per oggi credo che basti, altrimenti rischio di farmi odiare.
Rimandiamo a domani il plurale dei nomi composti.
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