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liberamente tratto, a cura di GUIDO CECCAROSSI, da: "Clifford S. Asness - The interaction of value and momentum strategies" pubblicato su Financial Analysts Journal (1997) - g.ceccarossi@tin.it

Lo studio si propone di evidenziare eventuali relazioni esistenti tra strategie definite "value" e strategie "momentum", entrambe rivelatesi (il dibattito è aperto, ma alcuni risultati sono incontrovertibili) efficaci nel predire l’andamento dei rendimenti dei titoli.

Una strategia value si basa essenzialmente su parametri di analisi fondamentale; nel caso particolare sul log(BV/MV) (BV/MV=book value/market value) e D/P (dividend/price). Praticamente sono esattamente l’inverso dei nostri multipli abituali, a valori bassi corrispondono titoli per i quali siamo abituati a dire che i multipli sono alti.
Tali parametri sono misurati relativamente al settore di appartenenza, ovvero la variabile che si considera è la differenza con la media di settore.
Ovviamente i "value stock" sono quelli con valori elevati dei due parametri, quelli relativamente sottovalutati.

Una strategia momentum si basa sui rendimenti passati; in particolare si calcola la media del rendimento mensile nell’ultimo anno. Si distingue allora tra past winners e past loosers ipotizzando la persistenza del fenomeno; si comprano i winners e si vendono i loosers.
Tale strategia, molto dibattuta in letteratura insieme alle cosiddette "contrarian strategies", sarà facilmente riconosciuta dagli analisti tecnici in qualcuno degli indicatori comunemente usati, medie mobili in testa.

I test condotti nello studio sono di due tipi: univariato e bivariato (non tenendo e tenendo conto delle indicazione delle altre).

Univariato: per ogni indicatore scelto singolarmente (log(BV/MV), D/P e momento), si ordinano i titoli in modo crescente e si creano 5 classi (i quintili). Per ogni classe si calcola: il rendimento di un portafoglio value-weighted; il beta relativamente al NYSE (si parla di mercato americano ovviamente) e si riportano i dati relativi agli altri due indicatori (si riporta una misura della grandezza media delle aziende appartenenti ad ogni classe). Inoltre si calcola l'ipotetico rendimento di uno zero-cost portfolio costruito finanziando l'acquisto del portafoglio della classe migliore vendendo quello della peggiore.

Risultati momento: il portafoglio di looser quadagna meno di quello dei winner e il rendimento positivo del portafoglio autofinanziato è statisticamente significativo (0,87% con t-stat 3,73).
La strategia funziona (0,87% è poco, ma si ricordi che è zero-cost). Si nota inoltre che al crescere del momento, gli indicatori fondamentali decrescono. Tradotto, un past winner tende ad avere multipli maggiori.

Risultati value (entrambe). Anche qui si ripete l'osservazione precedente: i low value (multipli alti) guadagnano meno dei titoli high value (multipli bassi) e il tutto è confortato dal portafoglio autofinanziato con rendimento significativamente diverso da zero (0,51%(3,18) per la log(BV/MV) e 0,31%(2,18) la D/P).
La strategia funziona e si nota la coerenza tra le due strategie value e correlazione inversa già notata in precedenza con la momento.

La prima domanda che sorge spontanea è: come fanno a coesistere? La momento vince comprando past winners che sembrano coincidere con i low value? E le value vincono facendo il contrario (anche se un po’ meno e soprattutto meno significativamente)?

Una parziale risposta arriva dall’analisi bivariata.
Si costruisce una tabella che incrocia la momentum con una value. Essendo ogni variabile riassunta in 5 classi, si avranno 25 incroci. Mettendo ad esempio la momento in riga e la value in colonna si andrebbe dalla looser/low in alto a sinistra alla winner/high in basso a destra. La tabella è di seguito riprodotta riportando solo i rendimenti.

  Q1

Low value

Q2 Q3 Q4 Q5

High value

Q5-Q1

(t-stat)

Q1

loosers

0.03% 0.49% 0.80% 0.83% 1% 0.97%

(4.38)

Q2 0.61% 0.59% 0.9% 1.25% 1.35% 0.74%

(3.57)

Q3 0.52% 0.93% 0.8% 1.19% 1.44% 0.92%

(4.94)

Q4 0.99% 0.97% 1.17% 1.45% 1.68% 0.69%

(3.39)

Q5

winners

1.50% 1.44% 1.49% 1.60% 1.62% 0.13%

(0.65)

Q5-Q1

(t-stat)

1.47%

(5.71)

0.95%

(3.47)

0.69%

(2.66)

0.76%

(3.1)

0.62%

(2.57)

 

 

Di seguito mi limito alla mia personalissima interpretazione dei dati della tabella riflettendo sulle possibile cause.
La prima impressione è di una netta concentrazione nella parte in basso a destra il che sembra far pensare al fatto che i titoli che si comportano meglio sono quelli il cui trend positivo è sostenuto/giustificato dai fondamentali.
La lettura dei risultati dei portafogli non è però altrettanto agevole ed intuitiva. Una strategia di momento vediamo che funziona al meglio sui titoli con multipli già alti: ritarda ad accorgersi della nascita del trend fino a cavalcare un’eventuale bolla speculativa? Allo stesso modo una strategia fondamentale funziona sui loosers e si vede come sui winners non sia per niente significativa, a prescindere dallo 0,13%. Il formarsi della bolla vanifica i fondamentali? Il fatto che però funzioni sui loosers mi fa pensare che l’analisi fondamentale è senz’altro utile per identificare in un insieme di titoli calanti (i loosers) quelli che hanno più o meno raggiunto il fondo e quelli ancora in fase di correzione perché sovraquotati. Tale effetto non catturato nella classe winners rende abbastanza bene l’idea del formarsi della bolla che si autoalimenta osservando il momento crescente rendendone quasi imprevedibile l’esplosione che nemmeno i fondamentali (ancorché così considerati) riescono a prevedere.


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