tratto da un messaggio di Cronos
nel Forum di
BorsAnalisi del 24/3/2001
The
Cat chiede se qualcuno ha mai fatto del contrasto dei propri impulsi
un trading system e con quali risultati. Anch'io sono curioso di
saperlo, ma per intanto dico di me e dico perchè, nel post per Apples,
ho citato questo esempio.
Innanzi tutto non credo che un simile modo di operare si armonizzi a
qualunque operatività. Io opero in modo forsennato e assolutamente
insano, potendo giungere a 100 operazioni in un giorno: inversioni di
direzione sono dunque cosa frequente e repentina. Chi facesse windsurf
potrebbe capirmi: esistono circostanze magiche e rare in cui si coglie
la segreta unione e integrazione tra refoli di vento e creste delle
onde. Può capitare, cioè, di avere la sensazione di volare senza mai
cadere, di avere l'impressione di partecipare ad un'armonia segreta
con il vento e con il mare che accentua il nostro equilibrio e
amplifica le nostre capacità. Questi momenti di euforia,
borsisticamente parlando, sono quelli in cui, per una successione più
o meno lunga, si colgono le creste delle onde per le inversioni delle
operazioni. L'esperienza mi ha insegnato che esistono circostanze in
cui quanto meno sbagli, tanto meno sbaglierai. Sempre l’esperienza,
però, mi ha insegnato che esiste un limite e che ad un certo punto
sicuramente sbaglierai. Si pone dunque il problema di che fare quando
ciò succede.
Sul surf accade di perdere infine l’equilibrio e che il vento si
riveli improvvisamente troppo forte: non riesci più a ripartire e le
onde, che prima ti sorreggevano e proiettavano verso l’alto, ora ti
sommergono. Nella realtà ho rischiato la vita e ho avuto paura di
affogare; ho anche avuto un attacco di panico tra le onde e ho
conosciuto l’orribile sensazione di dover chiamare tutte le mie
risorse razionali a raccolta solo per convincermi a rimanere fermo e
seduto su uno spuntone di roccia in attesa che passasse la tempesta.
Anche borsisticamente parlando, in queste circostanze, la magia si è
rotta: le creste delle onde diventano momenti in cui inverti la
posizione nella direzione sbagliata e ciò che alla fin fine
percepisci è prima l’irritazione, poi la rabbia, quindi l’ansietà,
e infine, se le perdite cominciano a diventare troppo consistenti, il
panico. Il cocuzzolo di roccia, in questo caso, è una posizione flat.
Il ricordo dei periodi magici, nell’esempio qui citato i momenti di
segreta e armonica fusione con gli elementi e di illusione di averli
come amici perenni, fidati e alleati, esercita un potente richiamo: un
pilastro della psiche umana è proprio quello di ricercare i piaceri
più intensi già sperimentati (lo stesso operare vittorioso in borsa
è in realtà solo un sostituto simbolico di ben altri sentimenti
grandiosi che rincorriamo attraverso attività ormai molto lontane dal
piacere originario). Un caduta può essere immediatamente risolta e
magari, ancora per un po’ si può continuare a giocare i nostri
giochi rischiosi con Nettuno –dio del Mare- ed Eolo –dio dei
Venti. Talvolta, però, non è così, e poche cose sono dolorose come
l’ammissione di una delusione e il riconoscimento della necessità
di attendere circostanze propizie. Dover attendere significa molte
cose: significa che ciò che vorremmo sempre non c’è sempre o
quando lo vogliamo noi, e attendere circostante propizie significa
ancora, in questo caso, riconoscere che non si è divini e che gli
elementi, incommensurabilmente più forti, hanno giocato con noi senza
per questo averci fatto traslocare stabilmente nell’Empireo.
La borsa è solo più apparentemente più benigna: non ti espone al
rischio concreto della morte, ma può insidiarti insinuandosi nel tuo
umore e avvelenando il tuo amor proprio o la tua disponibilità
emotiva verso chi ti sta vicino. Non è un caso, credo, che Apples,
nel suo post ripreso anche da Midive, citi ad un certo punto i propri
figli come il limite al quale, talvolta, si volge, o come l’unico
limite che potrebbe fermarlo. Solo il rischio di contaminare i figli
(che sono la rappresentazione concreta del nostro desiderio di vita)
con il veleno del cruccio, dell’impotenza, della depressione e della
rabbia sembra potergli imporre lo stop (loss e non solo) che
altrimenti rimanderebbe ad oltranza. Comprendo questo meccanismo –o
ancora una volta lo applico a te, Apples, ma vale in primo luogo per
me- perché appunto io stesso mi sono trovato, talvolta, ad andare a
cercare e abbracciare mia figlia quando ero scosso e spaventato dal
mercato (o talvolta mi è successo di pensare che non era il caso di
operare quel giorno per non rischiare di finire con l’essere, a
borsa chiusa, emotivamente non disponibile: so queste cose perché so
di essere stato, altre volte e colpevolmente, emotivamente non
disponibile se non addirittura irritabile e impaziente). La borsa non
ti dà la morte ma può toglierti voglia di vivere (o slancio nel
farlo).
Finita questa lunga premessa-stimolo, vorrei tornare al “fare
l’opposto di quel che si ha l’impulso di fare”.
La ricerca affannosa di recuperare il felice incontro con Nettuno -o
con Elliott- può diventare pericolosa. Servendomi ancora della
similitudine windsurfistica, talvolta ostinarsi a partire senza
riposarsi un attimo può significare non riuscire più a partire, o
partire solo per cadere un attimo dopo. In borsa, significa ostinarsi
a cercare in una direzione perché lì ci si è convinti che si è
nascosto il prossimo picco, oppure accanirsi ad anticipare il mercato
dal quale, per un po’ –ma ai nostri occhi per troppo tempo- si è
stati fuori: il mercato non ci ama più e invece noi lo vogliamo –lo
esigiamo- dalla nostra parte. E da subito.
The Cat cita l’esempio di quando ha provato a fare il contrario, e
quindi mettersi al ribasso, e il Nasdaq l’ha tradito con un bel +
15%. Questo –il tuo- potrebbe essere un errore e la mia non è una
regola assoluta.
In un botta e risposta nutrito, poco sotto, Solforio, probabilmente
dotato di un self control maggiore del mio, ha sinteticamente invitato
a dimenticare quanto si sta guadagnando o perdendo mentre si calcolano
le onde (ancora onde…). Io vorrei farlo ma malauguratamente non ci
riesco, anche se, purtroppo, non ho onde da calcolare (io calcolo
assai poco, in verità, basandomi su indizi percettivi –modalità e
velocità di costruzione del grafico a 5 mn, altri due indicatori di
momentum, e mille altre mie bizzarre e indicibili –perché sarei
deriso- sensazioni). L’ invito a fare l’opposto dell’impulso,
intendo dire, si adatta a me in primo luogo: parte della mia
operatività si basa sull’anticipo del refresh del Market Maker; io
opero con strumenti (i CW) che hanno una leva maggiore del FIB e un
funzionamento assai più irrazionale; io vago per il mare pressoché
senza bussola e sono finito se mi incaponisco a cercare nella
direzione sbagliata: per me è cruciale essere tempestivo e pronto a
provare in un’altra direzione.
Fare l’opposto di quel che verrebbe da fare significa uscire dal
sogno di condurre il mercato solo perché, per un po’ o per un bel
po’, lo si è correttamente anticipato. Non era noi che seguiva. Ma
fare l’opposto di quel che viene da fare significa anche, e
soprattutto, rinunciare semplicemente a fare. Significa attendere, per
concludere con la metafora, che Nettuno, Eolo o Elliott nuovamente ci
invitino al gioco divino dal quale, di fatto, siamo tendenzialmente
esclusi. Significa ridurre le proprie aspettative di guadagno
(solitamente accresciute da una perdita vicina nel tempo). Significa
tornare umani e umili prendendo, di una discesa di 400 punti di FIB,
almeno 150 tra prove ed errori al rialzo e al ribasso. Significa non
trasformarsi da scalper –liberi e liquidi- a cassettisti
–imprigionati e investiti. Significa recuperare il metodo e il
rigore dell’applicazione degli stop loss: se avevi provato a
rovesciare la posizione e il Nasdaq ti ha fatto più 15%, saresti
“scusato” solo se l’avesse fatto, come è accaduto il 3/1/2001,
nell’arco di pochi minuti: in caso contrario, dovevi essere pronto a
fare l’opposto a quel che stavi proprio facendo. Anche se avevi
cambiato direzione un attimo prima.
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